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Cosa nostra affari loro
Gli incontri con i boss. I patti segreti. Le minacce. I pagamenti. Gli appoggi elettorali. Gli atti del processo disegnano le relazioni pericolose di Marcello Dell'Utri
di Peter Gomez e Marco Travaglio
L'Espresso, 26 dicembre 2004
Quando in tv gli hanno chiesto: «Dottor Dell'Utri, esiste la mafia?», lui ha detto: «Le risponderò con una frase di Luciano Liggio: se esiste l'antimafia esisterà anche la mafia». Era il 1999, alla conclusione del processo di Palermo e alla sua condanna a nove anni di reclusione per concorso esterno, mancavano ancora più di 200 udienze. Ma quella trasmissione, condotta da Michele Santoro, sarebbe stata l'unica interamente dedicata allo strano caso di un uomo a suo agio sia tra i libri antichi che tra capibastone e mammasantissima di ogni ordine e grado. Eppure davanti al tribunale che ha condannato l'ideatore di Forza Italia per essere stato il referente prima finanziario e poi politico di Cosa Nostra per anni, al contrario di quello che sostengono le difese, non si è discusso di pentiti, ma di fatti. Che emergono da intercettazioni, pedinamenti, filmati, documenti e testimonianze. Di rapporti con i boss ammessi persino dall'imputato. Ecco i principali.
5 marzo 1974
Marcello Dell'Utri si dimette dalla Sicilcassa per andare a lavorare a Milano da Silvio Berlusconi. Per lui si tratta di un ritorno. Negli anni '60 aveva già allenato una squadra di calcio sponsorizzata dal futuro Cavaliere. Adesso invece è il segretario particolare di Silvio. Cura la ristutturazione della villa di Arcore e fa assumere come fattore Vittorio Mangano. Come racconterà lui stesso, Mangano, che già conosceva, gli è stato consigliato da «l'amico di una vita» Gaetano Cinà: il proprietario di una lavanderia palermitana, imparentato attraverso la moglie con i boss Stefano Bontade e Mimmo Teresi. Secondo i pentiti, le intercettazioni ambientali e il tribunale che lo ha condannato a sette anni, Cinà fa parte della famiglia mafiosa di Malaspina. Mangano quando arriva a Milano è già stato tre volte in carcere. Nel 1967 era stato pure diffidato come «persona pericolosa», poi era finito sotto inchiesta per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione e nel 1972 era stato fermato in auto con un mafioso trafficante di droga. Ad Arcore, Mangano porta a scuola i figli di Berlusconi e cura la sicurezza della villa, liberando ogni sera sei grossi mastini napoletani. Siamo negli anni dei sequestri di persona. I pentiti sostengono che la funzione di Mangano, mafioso della famiglia di Porta Nuova, era quella di garantire Berlusconi dai rapimenti. Lo stesso Berlusconi ammette di aver trasferito la famiglia in Spagna per qualche mese, in seguito a una serie di minacce e un attentato avvenuto nella villa milanese di via Rovani nel maggio del '75. Il boss Francesco Di Carlo, un padrino di casa nel bel mondo palermitano, dice di aver partecipato a un incontro tra Bontade, Teresi, Cinà, Dell'Utri e Berlusconi al termine del quale si parlò del ruolo di Mangano. Stando a un rapporto della Digos del 1984, Mangano restò ad Arcore due anni, durante i quali fu arrestato altre due volte per scontare condanne per truffa, porto di coltello e ricettazione. Da un foglio di dimissioni dal carcere risulta che Mangano, ancora il 6 dicembre 1975, eleggeva domicilio sempre ad Arcore, in via Villa San Martino 42. Ma nonostante gli arresti, nessuno lo licenziava. In un rapporto dei Carabinieri di Arcore del 30 dicembre 1974 si legge: «Dell'Utri (...) ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza (...) del suo poco corretto passato». Mangano, interrogato in aula prima della morte, avvenuta nel 2000, dirà che spesso lui e la moglie cenavano con i Berlusconi. In quei mesi, secondo i pentiti, Berlusconi comincia a versare denaro a Cosa Nostra. Un ex socio di Dell'Utri, Filippo Alberto Rapisarda, sostiene che l'intervento di Marcello servì per ridurre le pretese della mafia. Dell'Utri ammetterà di averglielo detto, ma solo per vanteria. Non saprà spiegare però perché le minacce cessarono.
1976
Mangano lascia Arcore, ma continua a gravitare su Milano. Vive all'hotel Duca di York dal quale gestirà il traffico di droga per conto della mafia. Per questo verrà arrestato nel 1980 e poi
condannato.
24 ottobre 1976
Il boss Antonino Calderone festeggia il compleanno al ristorante le Colline pistoiesi di Milano. Al suo tavolo ci sono Mangano, i boss Nino e Gaetano Grado e Dell'Utri. Lo ammetterà pure Dell'Utri, anche se dirà che Mangano non gli presentò i commensali.
1977, estate-autunno
Dell'Utri pensa di prendere un anno sabbatico per studiare teologia. Berlusconi infatti non lo vuole promuovere: «Era perplesso sulle mie capacità manageriali». Così si dimette e va a lavorare da Rapisarda, un imprenditore buon conoscente dei vertici di Cosa Nostra dell'epoca e proprietario dell'Inim, in quegli anni considerato il secondo gruppo immobiliare Italiano. Già nel 1987 Rapisarda sosterrà di averlo assunto perché era sponsorizzato da Cinà «uno a cui non si poteva dire di no». Nello stesso interrogatorio Rapisarda accuserà Dell'Utri di aver poi riciclato soldi di Bontade e Teresi nella Fininvest. Nonostante le pesanti affermazioni non verrà denunciato per calunnia e invece, a partire da 1988, tornerà amico di Dell'Utri. Creerà con lui quattro società immobiliari e gli presterà 2 miliardi di lire. Dell'Utri nega la sponsorizzazione di Cinà, ma ammette di aver incontrato nel '77 Rapisarda assieme a Tanino. Un giornalista amico di Cinà testimonia però che la raccomandazione ci fu.
1978-79
Dell'Utri lavora all'Inim. Ma il gruppo va in bancarotta. Rapisarda fugge latitante in Venezuela, dove è ospite dei narcos mafiosi Caruana-Cuntrera. Poi vola a Parigi utilizzando un documento intestato ad Alberto Dell'Utri, il gemello di Marcello. Nel 1997-98 da intercettazioni telefoniche disposte contro ex dipendenti di Rapisarda emergerà come all'improvviso molti di loro, in prossimità della convocazione in Procura come testimoni, abbiano ottenuto abitazioni nella berlusconiana Milano 3 (in un caso) o contratti o promesse di contratti da Pagine Utili. Per i pm è un episodio di inquinamento probatorio.
14 febbraio 1980
In un'indagine di droga viene intercettata una conversazione tra Mangano e Dell'Utri. Mangano dice di avere «un affare» da proporre. Dell'Utri: «Questi sono bei discorsi». Poi Mangano parla di un secondo affare «per il suo cavallo». Ma Dell'Utri spiega di non avere soldi e al suggerimento di chiederli «al suo principale, Silvio», risponde: «Iddu non sura» (lui non sgancia). Infine si accordano per vedersi «al solito, in via Moneta».
19 aprile1980
Si sposa a Londra Jimmy Fauci, un pregiudicato che gestisce il narcotraffico dei Caruana. Alle nozze partecipano Di Carlo e Teresi, Cinà e Dell'Utri. È lui stesso a confermarlo sostenendo però di esserci stato portato per caso da Cinà.
1983
Secondo i pentiti, l'onorata società torna a perseguitare il Cavaliere con richieste di denaro sempre più pesanti del clan Pullarà. Berlusconi, reduce da una serie di affari immobiliari in Sardegna con il faccendiere legato alla mafia Flavio Carboni, richiama Dell'Utri alla Fininvest e, nonostante il disastro del gruppo Inim, lo promuove numero uno di Publitalia. Per i pm, non ha scelta: Dell'Utri, tramite Cinà, sigla una nuova tregua con Cosa Nostra.
1986
Stando ai pentiti, Toto Riina diventato capo dei capi dopo aver fatto fuori Bontade e i suoi uomini, scopre i rapporti dei Pullarà con Dell'Utri: indispettito per non essere stato informato, li mette da parte e affida a Cinà la gestione esclusiva di quel canale. Il suo obiettivo dicharato è agganciare Bettino Craxi e dare una lezione alla Dc, non più affidabile. Nell'
28 novembre 1986
Scoppia un'altra bomba in via Rovani. Berlusconi chiama Dell'Utri (intercettato): «È stato Mangano... una cosa > rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto...». Poi dice che gli dispiacerebbe «se i carabinieri, da questa roba qui, fanno una limitazione della libertà personale a lui (Mangano)». Due giorni dopo Dell'Utri riceve la visita di Cinà e, con Tanino al fianco, chiama Silvio per rassicurarlo: «Tanino mi ha detto che (Mangano) assolutamente è proprio da escludere. Poi ti parlerò di persona». Per i pentiti l'attentato faceva parte della strategia di riavvicinamento di Riina. Altre intercettazioni rivelano che Cinà da quel giorno è spesso a Milano e che per il Natale regala una cassata di 12 chili a Berlusconi. I buoni rapporti Fininvest-mafia sono poi confermati, per i pm, da un'agenda, sequestrata alla famiglia mafiosa di San Lorenzo, in cui i boss tenevano i conti. Accanto alla voce Canale 5 compare una cifra e la dicitura «regalo». La mafia però non si accontenta. Punta a Craxi, non ai soldi.
17 febbraio 1988
Berlusconi chiama l'immobiliarista Renato Della Valle (intercettato): «Devo mandare via i miei figli perché mi hanno fatto delle estorsioni in maniera brutta. Una cosa che mi è capitata altre volte, dieci anni fa (...) siccome mi han detto che, se entro una certa data, sei giorni, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio ed espongono il corpo in piazza del Duomo, allora ho deciso: li mando in America». Che cosa doveva fare Berlusconi? Perché non denunciò l'accaduto? Impossibile saperlo: il premier in tribunale si avvarrà della facoltà di non
rispondere.
1990, gennaio-febbraio
Il gruppo torna nel mirino. A Catania avvengono una serie di attentati contro
1991
Mangano esce di prigione. Vuole riprendere in esclusiva il legame con Dell'Utri. Ma Riina invia il boss Totò Cancemi a dirgli di farsi da parte. Dice Cancemi: «Dell'Utri inviava 200 milioni all'anno a Cinà, che tramite (i boss) Di Napoli e Ganci li dava a Riina, che li smistava alle famiglie».
1992, gennaio-febbraio
Vincenzo Garraffa, senatore Pri e presidente della Pallacanestro Trapani, riceve la visita del capomafia Vincenzo Virga. «Mi manda Marcello», spiega Virga venuto a reclamare 700 milioni per conto di Dell'Utri. Nel maggio 2004 il fatto è stato accertato dal Tribunale di Milano. Dell'Utri e Virga sono stati condannati a due anni per tentata estorsione.
1992, maggio-giugno
L'ex dc Ezio Cartotto (sentito come teste) è ingaggiato in segreto da Dell'Utri per studiare un'iniziativa politica in previsione del crollo dei partiti amici a causa di Tangentopoli.
15 gennaio 1993
Arresto di Riina. La mafia, coi vecchi referenti politici alle corde (compreso l'agognato Craxi), pensa di fondare il partito Sicilia Libera, con i cui esponenti (risulta da agende e tabulati telefonici) Dell'Utri è in contatto.
1993, estate
Bernardo Provenzano, secondo il boss Nino Giuffrè, abbondona l'idea di Sicilia Libera e stringe un patto elettorale con Dell'Utri: fine delle stragi in cambio dell'alleggerimento delle indagini, del 41 bis, e di una nuova legge sui pentiti.
12 luglio 1993
Berlusconi, racconta l'ex condirettore de "il Giornale" Federico Orlando, faxa un decalogo con la "linea" da seguire. Uno dei punti forti è l'attacco ai pentiti e al reato di associazione mafiosa.
1993, novembre
Mentre Berlusconi crea Forza Italia, Dell'Utri vede Mangano a Milano (risulta dalle agende del senatore). Con l'arresto di Riina l'ostracismo nei suoi confronti è caduto. Mangano anzi è stato promosso capofamiglia di Porta Nuova. Verrà presto riarrestato e condannato all'ergastolo per omicidio e mafia.
31 dicembre 1998
Dell'Utri viene filmato dalla Dia mentre incontra un collaboratore di giustizia messinese, Pino Chiofalo, organizzatore di un complotto per screditare i pentiti che accusano il senatore e i boss. Nel film lo si vede mentre gli consegna dei regali. Chiofalo, arrestato, confessa: «Dell'Utri promise di farmi ricco».
1999
Dell'Utri si candida alle europee. Una microspia capta la voce di uno stretto collaboratore di Provenzano, Carmelo Amato, mentre raccomanda più volte ai picciotti di votarlo. Per esempio il 22 maggio: «Ora a questo si deve portare in Europa: Dell'Utri. Sì, qua già si stanno preparando i cristiani (i mafiosi, ndr)». Anche Cinà, chiamato "zio Tano", viene intercettato. E addirittura ammette di essere un uomo d'onore: «Carmelo, vedi che io sono combinato (mafioso ndr) come te», dice.
13 maggio 2001
Dell'Utri viene rieletto. Nelle intercettazioni in casa del boss Giuseppe Guttadauro si sente il capomafia dire: «Con Dell'Utri bisogna parlare», anche se «alle elezioni del '99 ha preso degli impegni, e poi non s'è fatto più vedere». Poi Guttadauro aggiunge che Dell'Utri si era accordato di persona con Gioacchino Capizzi, l'anziano capomandamento della Guadagna, lo stesso clan di cui facevano un tempo parte Bontade, Teresi e i fratelli Pullarà. Per Dell'Utri è il passato che ritorna. Anzi che non se ne è mai andato.
Articoli Marco Travaglio
L'amico degli amici
L'11 dicembre 2004
Dell'Utri, braccio destro di Berlusconi, è l'ideatore e fondatore della Fininvest/Mediaset e di Forza Italia....vediamo come.
Marcello Dell'Utri nasce a Palermo l'11 settembre del 1941, studia in collegio dai Salesiani e frequenta poi i Gesuiti a Palermo. Conseguita la maturità classica nella sua città natale, si trasferisce a Milano e si laurea in giurisprudenza presso l'Università Statale, dove conosce e stringe amicizia con Silvio Berlusconi.
A 23 anni comincia a lavorare come segretario per il ventottenne Berlusconi e mentre allena una piccola squadra di calcio, il Torrescalla, sponsorizzata dall'amico Silvio.
Dopo un anno lascia Berlusconi e Milano per trasferirsi a Roma, dove dirige il Centro Elis, una scuola di formazione sportiva dell'Opus Dei.
Nel 1967 torna a Palermo dove fa il direttore sportivo presso l'Athletic Club Bagicalupo, dove dice di aver conosciuto Vittorio Mangano e Gaetano Cinà, entrambi uomini d'onore.
Nel 1970 viene assunto alla Cassa di Risparmio delle province siciliane, a Catania, per poi trasferirsi l'anno dopo in una filiale vicino Palermo.
Nel 1973 viene promosso alla direzione generale della Sicilcassa a Palermo.
Il 5 marzo del 1974 si dimette dalla banca e si trasferisce a Milano, come segretario particolare di Berlusconi. Dell'Utri segue i lavori di ristrutturazione della villa di Arcore, appena acquistata da Silvio ad un prezzo irrisorio grazie a Cesare Previti, tutore della proprietaria, e ingaggia come "stalliere" Vittorio Mangano (nella foto), mafioso palermitano della famiglia di Porta Nuova condannato all'ergastolo per mafia, per proteggere Berlusconi e la famiglia da possibili rapimenti o attentati da parte della mafia catanese, difatti accompagna i figli a scuola e cura la sicurezza della villa. L'assunzione è suggellata da un incontro a Milano fra Dell'Utri, Berlusconi, il boss Bontate e Teresi, che si chiude con promesse di reciproca disponibilità.
Mangano viene arrestato un paio di volte dai Carabinieri per scontare pene definitive e ogni volta, uscito dal carcere, viene riaccolto in villa come se nulla fosse accaduto.
Nel 1976 un giornale lombardo scrive che Berlusconi ospita un mafioso in casa sua e, nonostante Dell'Utri e Confalonieri fanno di tutto per trattenerlo, Mangano lascia la villa di Arcore, mentre Berlusconi con la famiglia si trasferisce prima in Svizzera e poi in Spagna.
Il 24 ottobre 1976 Dell'Utri si trova insieme a Mangano e ad altri mafiosi alla festa di compleanno del boss catanese Calderone, al ristorante "Le Colline Pistoiesi" di Milano.
Un anno dopo anche Dell'Utri lascia Berlusconi e
Raccomandato da Cinà diventa amministratore delegato della Bresciano Costruzioni, un'azienda del gruppo Rapisarda, considerato un luogo privilegiato di passaggio dei capitali mafiosi. In breve tempo tutto il gruppo va in bancarotta fraudolenta; Dell'Utri incriminato a piede libero perde il lavoro, mentre Rapisarda fugge latitante in Venezuela, grazie al passaporto intestato al fratello di Dell'Utri.
Nel frattempo Berlusconi si iscrive alla loggia massonica segreta P2.
Il 19 aprile 1980 si sposa a Londra Jimmy Fauci, pluripregiudicato amico dei boss, che gestisce il traffico di droga fra Italia, Gran Bretagna e Canada; alle nozze partecipa anche Dell'Utri con l'amico di una vita Cinà.
Il 5 maggio 1980 Mangano è arrestato da Giovanni Falcone per traffico internazionale di droga e resterà in carcere per 11 anni. Un anno dopo vengono uccisi dai corleonesi di Totò Riina i boss mafiosi Bontate e Teresi, "titolari" della disponibilità di Berlusconi; il loro posto, nel rapporto con Arcore, viene preso dai fratelli Pullarà.
Bisogna dire che fra il 1975 e il 1983 nelle holding Fininvest affluiscono 113 miliardi di lire dell'epoca di provenienza misteriosa, e una buona parte addirittura in contanti. Difatti in quel periodo il boss Bontate diventa socio delle TV Fininvest, investendovi grossi capitali mafiosi.
Nel 1983 le pretese di denaro, da parte dei Pullarà e quindi di Cosa Nostra, si fanno sempre più ingenti, allora il Cavaliere richiama Dell'Utri alla Fininvest e nonostante il disastro della Bresciano lo promuove amministratore delegato e presidente di Publitalia.
L'11 novembre dello stesso anno
Fra il 1984 e il 1986 Dell'Utri raggiunge un accordo, tramite Cinà, con Pippo Di Napoli che rappresenta Riina, attraverso il quale
Ma la mafia non è contenta di Berlusconi e del gruppo Fininvest e così ricomincia con gli attentati intimidatori, fra cui quelli ai negozi e ai magazzini della Standa a Catania, fatti per cui non fu sporta denuncia; in quel periodo invece risultano numerosi i viaggi di Dell'Utri a Catania, forse per riconciliare con il boss Santapaola, reggente della mafia catanese.
Nel 1991 Mangano esce dal carcere e tenta di riprendersi l'esclusiva dei rapporti con Dell'Utri e Berlusconi, ma Riina gli manda a dire che ormai "li ha nelle mani lui per il bene di tutta Cosa Nostra".
Nel 1992 Vincenzo Garraffa, senatore del PRI e presidente della Pallacanestro Trapani, riceve la visita del boss Vincenzo Virga, condannato per omicidio e oggi in carcere, per riscuotere un presunto credito e dice che lo manda Dell'Utri. L'episodio è denunciato da Garraffa, e il processo giunge al primo grado di giudizio nel maggio 2004 quando il Tribunale di Milano condanna Dell'Utri e Virga a 2 anni per tentata estorsione. Nel frattempo, mentre infuria Tangentopoli, Dell'Utri ingaggia l'ex democristiano Ezio Cartotto per studiare un'iniziativa politica della Fininvest in previsione del crollo dei partiti amici.
Il 19 luglio dello stesso anno, a 55 giorni dall'assassino di Giovanni Falcone, viene ucciso Paolo Borsellino, poche settimane dopo aver rilasciato un'intervista nella quale parla di indagini in corso a Palermo su Mangano, Dell'Utri e Berlusconi.
Il 4 aprile 1993 Berlusconi incontra Craxi ad Arcore e decide di impegnarsi in politica.
Dopo vari attentati, fra cui quello a Maurizio Costanzo che si oppone all'entrata in politica, si giunge ad un accordo fra Provenzano e Dell'Utri: fine delle stragi in cambio dell'alleggerimento della pressione poliziesca e giudiziaria, dei sequestri dei beni e della legge sui pentiti. Provenzano convoca Cosa Nostra e dice: "Con Dell'Utri siamo in buone mani".
Il 28 marzo del 1994 Berlusconi vince le elezioni e diventa Presidente del Consiglio, mentre Dell'Utri rimane alla guida di Publitalia.
Il 25 maggio 1995 Dell'Utri è arrestato a Torino per aver inquinato le prove sull'inchiesta sui fondi neri di Publitalia. L'anno successivo diventa deputato di Forza Italia e poco dopo viene condannato in primo grado a 3 anni, che in appello diventano 3 anni e 2 mesi e in Cassazione, grazie al patteggiamento, 2 anni e 6 mesi definitivi.
Nel 1998 è sorpreso e filmato dalla DIA a Rimini mentre incontra un falso pentito che sta organizzando un complotto per screditare i pentiti che accusano Dell'Utri. Il GIP di Palermo dispone la sua cattura, ma
Il 13 giugno 1999, grazie ai voti dei "picciotti", Dell'Utri viene eletto al Parlamento europeo, nel colleggio Sicilia-Sardegna.
Il 13 maggio 2001 Dell'Utri diventa senatore, mentre Berlusconi torna al governo e così la condanna penale a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa inflittagli nel 2004, diventa una condanna politica che ha come obbiettivo screditare Berlusconi.
Ecco cosa diceva Bossi di Berlusconi tra il 94 e il 99.
L'Uomo di Arcore mostra le stesse caratteristiche dei dittatori, perché insiste nella sua volontà di non ritirare l'infame decreto Biondi che mette in libertà i peggiori ladri, concussori, corrotti, ricettatori (Umbero Bossi, 18 luglio 1994)
Berlusconi, uomo di Cosa Nostra, non poteva che essere di pasta profondamente antidemocratica. (...) Il Polo per le origini mafiose della ricchezza di Berlusconi gravita su Palermo (…) Berlusconi che è il capo di Forza Italia, un partito creato da Dell'Utri inquisito per mafia che con i suoi mezzi senza limiti tiene in vita tutti i partiti del Polo. (Umberto Bossi, Intervento al Congresso Federale Straordinario della Lega Nord, 24/25 Ottobre 1998 Brescia)
L'Uomo di Arcore mostra le stesse caratteristiche dei dittatori, perché insiste nella sua volontà di non ritirare l'infame decreto Biondi che mette in libertà i peggiori ladri, concussori, corrotti, ricettatori (Umberto Bossi, 18 luglio 1994)
Un Governo che ha inteso la governabilità come fine a se stessa, il potere per il potere, la governabilità per la governabilità, la vecchia e collaudata massima di Bettino Craxi !(Umberto Bossi, discorso in parlamento, 21 dicembre 94)
Fu allora che si decise di buttare in campo Berlusconi e le sue televisioni, che sono molto più di tre, nascoste dietro vari prestanome. Un uomo dal passato impresentabile e con un patrimonio costruito grazie ad oscuri finanziamenti di società anonime: Cosa Nostra, Craxi, Andreotti, P2. (Umberto Bossi, congresso Lega Nord, 10/12 febbraio)
La caduta del suo governo? Berlusconi venga da me, che gliela spiego io...! Sono stato io a metter giu' il partito del mafioso. Lui comprava i nostri parlamentari e io l'ho abbattuto (Umberto Bossi, 21 Luglio 1998)
Il dramma di Berlusconi - aggiunge il leader leghista - e' che e' un palermitano che parla in meneghino, mandato apposta per fregare il Nord. Io questo lo compresi subito, compresi che bisognava evitare l'annientamento della Lega e mi comportai di conseguenza (Umberto Bossi, 21 Luglio 1998)
C'e' qualche differenza tra noi e lui... Peccato che lui sia un mafioso. Il problema e' che al Nord la gente e' ancora divisa tra chi sa che Berlusconi e' un mafioso e chi non lo sa ancora (Umberto Bossi, 12 Settembre 1998)
"E' un palermitano che parla meneghino, e' il meno adatto a parlare di riforme. L'unica riforma che veramente sta a cuore a Berlusconi e' che non vengano toccate le sue televisioni. Invece io dico che bisogna portargliele via, perche' le sue televisioni sono contro
"Ci risponda: da dove vengono i suoi soldi? Ce lo spieghi, il Cavaliere. Dalle finanziarie della mafia? Ci sono centomila giovani al Nord che sono morti a causa della droga". (Umberto Bossi, 12 Settembre 1998)
"Silvio e' uomo della P2, cioe' del progetto Italia (Intervento di Umberto Bossi al Congresso Federale della Lega, Brescia, 27 Ottobre 1998)
Berlusconi ha fatto cio' che ha voluto con le televisioni, anche regionali, in barba perfino alla legge Mammi'(Intervento di Umberto Bossi al Congresso Federale della Lega, Brescia, 27 Ottobre 1998)
"Berlusconi è l'uomo di Cosa Nostra" (Intervento di Umberto Bossi al Congresso Federale della Lega, Brescia, 27 Ottobre 1998)
"Molte ricchezze sono vergognose, perche' vengono da decine di migliaia di morti. Non e' vero che "pecunia non olet". C'e' denaro buono che ha odore di sudore, e c'e' denaro che ha odore di mafia. Ma se non ci fosse quel potere, il Polo si squaglierebbe in poche ore. Ecco il punto". (Intervento di Umberto Bossi al Congresso Federale della Lega, Brescia, 27 Ottobre 1998)
Un massone piduista come l'arcorista non poteva che usare quel linguaggio. In fondo Berlusconi e' sempre stato un problema di "cosa sua" o "cosa nostra". Ma ne' mafia, ne' P2, ne' America riusciranno a distruggere la nostra societa". (Umberto Bossi, 24 Febbraio 1999)
Berlusconi ha avuto una fortuna straordinaria nel fare tanti soldi in cosi' poco tempo. E per di piu', passando dalla tessera 1816 della P2 e dai salvataggi che il suo amico Bettino Craxi ha piu' volte fatto al suo impero televisivo. A me personalmente Berlusconi ha detto che i soldi gli erano venuti dalla Banca Rasini. Quella fondata anche da un certo Giuseppe Azzaretto, di Palermo, che alla fine riusci' a mettere le mani su tutto l'istituto di credito. E in quella stessa Banca, dove lavorava anche il padre di Silvio, c'erano i conti di numerosi esponenti di Cosa Nostra". (Umberto Bossi, 2 Ottobre 1999)

Un bel riassunto che vale un noir e invece è politica allo stato puro. Nonostante le lamentazioni del Cavaliere, che accusa la stampa internazionale di avere ordito una campagna denigratoria, le cose non stanno esattamente come dice Berlusconi (è sempre così: le cose non stanno come dice lui): da anni le più prestigiose testate europee denunciano gli aspetti più tragici della presenza di Re Silvio nelle istituzioni. Una materia ricca: talmente ricca da diventare confusa. Conflitto d'interesse, iscrizione alla loggia P2, appartenenza a lobby sospette, un patrimonio accumulato in forza di finanziamenti ambigui di origine non controllata, rapporti con mafiosi, un clan criminogeno - insomma, c'è di che perdere la testa. Per chiarire un panorama tanto affollato di malaffare e labirinti penali, ci soccorre proprio un autorevole quotidiano straniero: lo spagnolo El Pais, che nel maggio 2001 pubblicava un dossier sui legami tra Berlusconi e la mafia - una sintesi perfetta, un magistrale riassunto, che i DS milanesi hanno tradotto. Ecco lo sconcertante rapporto che il giornalista Hermann Tertsch ha pubblicato sul più importante giornale di Madrid.
EL PAÍS, DOMENICA, 20 MAGGIO 2001
LE INDAGINI SUL "CAVALIERE"
Le testimonianze che legano Silvio Berlusconi alla Mafia
I procuratori di Palermo riuniscono le testimonianze sui legami del "Cavaliere" con Cosa Nostra
HERMANN TERTSCH / Madrid
La scelta alla guida del governo di Silvio Berlusconi , nelle scorse elezioni del 13 maggio in Italia, è stata preceduta da grandi polemiche per i contrasti giudiziari a cui da anni ha dovuto far fronte e che ancora lo circondano. Alcuni dei problemi che Berlusconi ha con la giustizia sono connessi alle sue supposte relazioni con la Mafia.. I giudici procuratori di Palermo stanno raccogliendo testimonianze volte a provare questi legami. Alcune di queste appaiono qui, per la prima volta, organicamente compendiate. La stretta giudiziaria intorno a Berlusconi è in grado di compromettere l'alleanza desiderata dal presidente del Consiglio spagnolo, José María Aznar, uno dei primi a congratularsi con lui per la vittoria.
"Incontrai per la seconda volta (Marcello) Dell'Utri a Milano. A metà degli anni settanta, se non ricordo male… Eravamo a cena con Tanino Cinà, Nino Grado, Mimmo Teresi e Stefano Bontade (membro del triumvirato che a quel tempo governava Cosa Nostra)", racconta Francesco di Carlo, uno dei testimoni finora comparsi alla Procura della Repubblica. "Erano tutti molto eleganti e alle mie domande risposero che dovevano incontrare un grande industriale milanese amico di Tanino Cinà e di Marcello Dell'Utri. Mi invitarono ad andare con loro ed accettai ben volentieri. Salimmo in un ufficio in centro. Dopo un quarto d'ora arrivò Silvio Berlusconi. Bontade prese a invitare Berlusconi a fare investimenti in Sicilia. Ma lui gli rispose che aveva paura dei siciliani, che su al nord non lo lasciavano in pace. Bontade, in macchina, mi aveva già messo sull'avviso che Berlusconi temeva di poter essere sequestrato". Agli inizi degli anni settanta l'industria dei sequestri era molto fiorente in Italia e chiunque facesse mostra di palesi segnali di ricchezza, come già era il caso di Berlusconi, aveva tutto da temere per la sicurezza sua e della sua famiglia. "Bontade disse a Berlusconi che, vista la sua vicinanza con Marcello Dell'Utri, non doveva aver nulla da temere ma che, a scanso di equivoci, gli avrebbe mandato uno dei suoi perché non si verificasse più alcun problema con i siciliani. Più tardi mi disse che la persona mandata per stare vicino a Berlusconi era Vittorio Mangano, a quel tempo agli ordini di Bontade, e che ogni contatto con Berlusconi doveva essere filtrato da Mangano. Mi ricordo anche che Berlusconi, alla fine dell'incontro, disse testualmente che ‘era a nostra disposizione per qualsiasi cosa’. Stefano Bontade, da parte sua, gli garantì la stessa cosa.
Questo è il felice esordio di un lungo, fecondo, benché ormai giunto al termine, rapporto d'amicizia fra Mangano, noto uomo di Mafia, e l'attuale nuovo e luccicante primo ministro italiano, Berlusconi: sovrano dei mezzi di comunicazione, dell'industria delle costruzioni e - a stare a quanto diversi mafiosi riconosciuti hanno dichiarato davanti a molti tribunali - di altri affari nelle turbolente, tempestose e impetuose acque italiane della finanza, della speculazione e della criminalità. Lo racconta, nelle sue deposizioni alla Procura di Palermo, il mafioso Di Carlo in un procedimento che si istruisce a carico di Dell'Utri. Il Cavaliere ha un problema. Nei procedimenti aperti contro di lui ha sempre avuto ed ha il diritto di non autoaccusarsi. Ma, come testimone nel procedimento contro Dell'Utri, questo diritto non gli spetta. I procuratori vogliono che deponga come testimone sui suoi rapporti con la Mafia.
Tutti i nomi finora citati in questa storia, tranne Berlusconi, certamente, che oggi usufruisce di una comoda immunità e della leadership del governo di un paese membro del G-7, sono di componenti sospetti o rei confessi della Mafia di Palermo e di Corleone. Dell'Utri, europarlamentare per Forza Italia, si trova sotto processo insieme a Berlusconi per i suoi affari al vertice di Canale 5. In altri procedimenti ancora è imputato per frode e riciclaggio di denaro.
Sono molti i mafiosi di quegli anni che si sono prestati a collaborare con la giustizia e che ciònonostante sono fin'ora riusciti a salvare la pelle. Hanno reso le loro testimonianze in luoghi e momenti diversi e senza alcuna possibilità di impegnarsi sulla parola. Tutti quanti finiscono per concordare sui dati che offrono. Ed è difficile, a questo punto, concepire come tutta una messinscèna - così dice Berlusconi - le accuse sui suoi legami con Cosa Nostra. Colui che, entro due semestri, si mostrerà alla presidenza dell'UE compare una volta dopo l'altra nell'istruttoria della Procura antimafia di Palermo: non come esempio di prerogative democratiche ed europeiste, bensì come socio in affari di Stefano Bontate, uno dei membri del triumvirato che stava ai vertici dela Mafia negli anni settanta. E non soltanto in quel periodo. Dopo la guerra tra le famiglie da cui uscirono trionfanti i ‘corleonesi’, Berlusconi continuò a coltivare le sue amicizie, a quel punto, oramai, con il capo assoluto, il sanguinario Totò Riina. Arrestato nel 1993, quest'ultimo è ora condannato a diversi ergastoli. È provata la sua partecipazione nelle uccisioni di diversi mafiosi e dei giudici Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della polizia Boris Giuliano, degli uomini politici Salvo Lima e Pio La Torre e del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella.
Riina, un uomo dalla carriera certamente inusuale e - a stare ai suoi ex collaboratori - il più efferato criminale a loro noto, ebbe per molti anni la certezza di essere in buona società con Berlusconi tramite Dell'Utri. Il nuovo primo ministro italiano garantisce di non averne mai saputo niente, di non averlo mai conosciuto. Ripete di non aver mai avuto niente a che vedere con la Mafia e che tutto ciò che viene detto in proposito sono soltanto calunnie, che da parte dei giudici venne messa in atto una cospirazione per eliminarlo politicamente. E proprio in questo è stato smentito lo scorso giovedì da un tribunale di Brescia che ha archiviato una denuncia che il leader di Forza Italia aveva sporto contro i giudici di ‘Mani Pulite’.
Ma c'è di più. Secondo la documentazione della Procura di Palermo a cui EL PAÍS ha potuto accedere, l'intermediario tra Berlusconi e i suoi sanguinari soci si trova ad essere sempre più compromesso dalle deposizioni dei pentiti di Cosa Nostra. Tale intermediario era il suddetto Dell'Utri, braccio destro del magnate alla Fininvest e nel suo stesso partito, Forza Italia, che ora se l'è portato al potere. Già allora Dell'Utri era un personaggio molto potente e temuto. Ma qualcuno lo era più di lui: senza andar lontano, Berlusconi. Il mafioso Gaspare Mutolo spiega in questo modo il perché, in una prima deposizione, non avesse voluto ammettere i suoi contatti con il fedele scudiero del magnate: "A parlare di Dell'Utri avrei finito col parlare di Berlusconi, che era una persona ancora più potente e potenzialmente pericolosa per me... Per quello che sapevo di lui, ero in condizione di riconoscerne la pericolosità per chi, come me, aveva preso le distanze da Cosa Nostra". Dell'Utri viene assunto alle proprie dipendenze da Berlusconi negli anni settanta.
In quel periodo era già cominciato l'avvicinamento del Cavaliere alla Loggia massonica P2 di Licio Gelli, a sua volta intimo di Totò Riina. E Cosa Nostra, come lo stesso Berlusconi, cerca di accostarsi ad un uomo politico che avrebbe poi rappresentato la chiave d'espansione del suo raggio d'influenza e del balzo definitivo di Silvio Berlusconi nell'olimpo dei media: il socialista Bettino Craxi.
In quegli anni, dopo l'affollato incontro con Berlusconi a Milano, il mafioso Mangano, uomo d'onore della famiglia di Porta Nuova, si installa ad Arcore, nella lussuosa villa del padrone della Fininvest. Secondo la Procura, Mangano ‘già allora era molto di più di un semplice soldato’ di Cosa Nostra e agiva nel settore delle estorsioni e del racket (tangenti sulla sicurezza) delle corse ippiche. ‘Con interessi nel traffico internazionale degli stupefacenti e nel lavaggio del denaro, Vittorio Mangano era un uomo chiave nella cosiddetta Milano Connection’, asserisce l'accusa in un'istruttoria aperta a carico di Dell'Utri. Ebbene, Berlusconi afferma che Mangano lavorava in casa sua come stalliere ‘dato che avevo intenzione di aprire un allevamento di cavalli, attività che poi non realizzammo’, secondo quanto ebbe a dichiarare a un giudice a Milano il 26 giugno del 1997.
Ma presto saltò fuori qualcuno a cui la presenza di Mangano intorno a Berlusconi dava fastidio. Così dichiarava il mafioso Salvatore Cangemi alla Procura di Caltanissetta il 18 febbraio del 1994. Cangemi, membro di Cosa Nostra, si era consegnato alla giustizia nel 1993 e aveva confessato di aver partecipato all'assassinio del giudice Falcone. All'inizio di quest'anno ha collaborato nel processo per l'uccisione del magistrato antimafia Paolo Borsellino e ha mantenuto la sua dichiarazione secondo la quale quella morte venne ordinata da Berlusconi e da Dell'Utri.
Risulta poi particolarmente istruttiva la lettura delle testuali parole della deposizione di Cangemi a proposito delle relazioni tra la Fininvest e Riina: ‘Nel 1990 [Totò] Riina mi disse di ordinare a Mangano che doveva smetterla di interferire nelle relazioni che lui stesso aveva stabilito con Dell'Utri, il collaboratore di Berlusconi. Andai a casa di Mangano e gli resi noto l'ordine di Riina. Mangano cercò di giustificarsi dicendo che le relazioni con Dell'Utri le aveva sempre mantenute lui… Io tagliai corto e gli dissi: ‘togliti di mezzo perché adesso le tiene Riina’. (…) Lo feci tacere dicendogli che era inutile che cercasse di convincere me perché doveva limitarsi a rispettare la volontà di Riina, e che diversamente avrebbe pagato con la vita. Ma devo fare un passo indietro per poter spiegare quello che voglio dire. Quando Riina parlò di Dell'Utri e mi disse che era una persona di fiducia di Berlusconi, dando per scontato che Dell'Utri era in contatto con la nostra organizzazione, non rimasi sorpreso perché sapevo fin da prima, attraverso lo stesso Mangano, dell'esistenza di questi rapporti’.
I rapporti tra il braccio destro di Berlusconi e Mangano ‘erano strettissimi’, asserisce Cangemi e aggiunge: ‘Mangano si serviva di Dell'Utri e gli poteva chiedere qualsiasi cosa. Per esempio, Mangano mi raccontò che in una grande e bellissima fattoria nei pressi di Milano - se non ricordo male dalle parti di Monza -, di proprietà o a disposizione di Dell'Utri, erano stati persino nascosti dei latitanti, fra i quali i fratelli Grado. In quell'epoca, all'inizio degli anni settanta, la fattoria era frequentata da gente immischiata nel traffico di droga come i fratelli Grado, appunto’.
Dell'esistenza di quella fattoria hanno parlato anche altri appartenenti alla Mafia. Per esempio Gioacchino Pennino. La sua deposizione fa una certa luce su chi poteva aver messo a disposizione di Dell'Utri questo cascinale per potervi ospitare mafiosi latitanti e grandi trafficanti di droga di passaggio. ‘Mangano era in confidenza con Silvio Berlusconi. Formalmente era alle sue dipendenze come custode di una tenuta appena fuori di Milano o di Monza dove venivano ospitati tutti i latitanti della famiglia mafiosa di Santa Maria del Gesù e forse anche di altre… Il mio interlocutore [l'avvocato Gaetano Zarcone, membro della stessa famiglia] mi spiegò che gli interessi di Berlusconi in Sicilia erano sotto la sorveglianza di Stefano Bontade, capo della famiglia fino a quando non venne assassinato’.
Il denaro proveniente da tanto redditizi traffici di droga doveva essere investito in maniera discreta e poco appariscente, dato l'ingente volume degli affari. Come ricorda nelle sue deposizioni alla Procura di Napoli il pentito Pietro Cozzolino, a volte si creavano dei problemi. ‘Nel 1979 sorse il problema di come investire una settantina di miliardi provenienti dal traffico di morfina dall'Italia verso gli Stati Uniti. Di questi, 25 miliardi rappresentavano la quota che spettava a me e a mio fratello Riccardo. Riccardo giunse ad un accordo… in modo che quei fondi fossero affidati a Vittorio Mangano e a Marcello Dell'Utri, dirigente della Fininvest (…). Riccardo mi disse che valeva la pena di affidare quel denaro ai gruppi mafiosi emergenti a Milano… Fin dal '79-80 Riccardo mi aveva detto che Dell'Utri gestiva i capitali di Stefano Bontade. Nel 1990, quando ebbi la libertà condizionale, avevo intenzione di risolvere una volta per tutte quel problema. Presi la decisione di ammazzare là a Milano Marcello Dell'Utri perché, visto che tanto non sarei riuscito a riavere quello che mi apparteneva, volevo far capire ai siciliani che non potevano fare quello che volevano e volevo farlo eliminando il loro punto di riferimento nella gestione dei capitali illeciti’.
Erano molti gli uomini di Cosa Nostra che per anni continuarono a ritenere che Mangano - morto lo scorso anno dopo essere stato scarcerato per una malattia terminale - e Marcello Dell'Utri costituissero la connessione di Berlusconi con la Mafia. Il Cavaliere sostiene che si sbagliavano tutti quanti e che lui non ha mai avuto alcun contatto con la Mafia tranne quello che potè immaginare che fosse - essendogli oscuro il passato di Mangano - la ricerca di associarlo in un progetto di allevamento di cavalli che, peralto, non andò mai a termine.
La grande opportunità che servì da trampolino all'imprenditore edile di pochi scrupoli prima verso la categoria di magnate mediatico, poi in quella del politico di successo ed oggi di primo ministro con maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento della Rebubblica Italiana è stata, senza alcun dubbio, la televisione. Filippo Alberto Rapisarda, banchiere legato tanto alle famiglie come a Berlusconi fin dai suoi inizi nel settore edile, in una deposizione del 1 agosto 1996 spiega alcuni particolari dei primi passi dell'ascesa di Berlusconi al trono di "zar" televisivo.
Dichiarava Rapisarda: ‘Un giorno del 1979 mi trovai con Stefano Bontade (capo mafioso poi assassinato) e con Mimmo Teresi (capo mafioso non assassinato) vicino alla sede dell'Edilnord (impresa di Berlusconi) in Piazza Castello. Mi dissero che stavano per incontrarsi con Marcello Dell'Utri, che aveva loro proposto di entrare nella società televisiva che Silvio Berlusconi era prossimo a costituire. (…)Ne fui molto contrariato, anche se cercai di non darlo a vedere, perché in quel periodo Dell'Utri formalmente era soltanto alle mie dipendenze. Ciò mi fornì la prova che Dell'Utri operava da "infiltrato" per conto di Berlusconi. Queste dichiarazioni le ho già rese nel 1987, ma non ho notizia che si sia mai fatta nessuna indagine sulla provenienza dei capitali di Canale 5. Dò per scontato che oggi [nel 1996] una tale indagine è ormai, chiaramente, irrealizzabile. Ricordo che, quando dissi a Dell'Utri che avrei potuto denunciarlo, mi rispose testualmente: è inutile che tu sporga qualsiasi denuncia perché a me non possono fare niente. Se mi denunci ti si ritorcerà contro. E, in effetti, è quello che è successo’.
I profitti provenienti a Berlusconi dai settori edilizio e "varie" vennero indirizzati in modo massiccio nel settore delle televisioni private. Nel 1996 il pentito Gioacchino Pennino riferiva che ‘(Mimmo) Teresi, noto come costruttore edile oltre che uomo d'onore di rilievo della famiglia di Santa Maria del Gesù (quella di Mangano), in tale veste si occupava degli interessi di Bontade e del suo gruppo nel settore delle costruzioni (…) e anche di quelli di Berlusconi e dei fratelli Dell'Utri. Ho saputo che, dopo la morte di Teresi, il suo progetto di acquisizione di alcune catene televisive è stato portato a termine da Berlusconi e da Dell'Utri’.
Il leader di Forza Italia spunta in tutte le dichiarazioni dei mafiosi come il grande giocoliere emergente degli anni sessanta e settanta con cui era opportuno intrattenere buoni rapporti. Nessuno è mai riuscito - nemmeno lui - a dare spiegazioni su come riuscì a finanziare la sua prima grande operazione immobiliare nel 1963, attraverso la quale costruì a Brugherio un complesso residenziale per 4.000 abitanti. Si sa soltanto che il denaro attraverso la Svizzera per mezzo di un oscuro avvocato di Lugano. Quattro decenni dopo Berlusconi è praticamente il proprietario, oltre che il presidente-sovrano, dell'Italia.
Gli italiani lo hanno scelto come capo del Governo con una pesante maggioranza. Oggi non è più soltanto un multimiliardario proprietario di un emporio mediatico onnipresente. Oggi controlla la televisione pubblica e quella privata, gran parte della stampa, il Consiglio dei Ministri e i due rami del Parlamento. Dice che i suoi interessi sono quelli degli italiani. Si immagina che pensi anche il contrario. Lo hanno scelto non soltanto come capo del Governo, ma come loro proprietario.
La maggioranza degli italiani lo ha votato per un "cambiamento". Ma è possibile che il cambiamento finisca col non piacere a molti come sono oggi i suoi sostenitori. Nessuno, da Mussolini in poi, ha disposto in Italia di un tale potere come Il Cavaliere. Nessuno dubita che ne farà uso con decisione.
Ma è difficile riuscire a credere che uno con le compagnie che ha frequentato Berlusconi possa essere la guida di una rivoluzione morale o di un'offensiva a favore della rettitudine e dell'onestà che liberi l'Italia dai suoi decenni di pastette politiche e di corruzione endemica.
Quando sono molti i mafiosi autoaccusatisi che sostengono cose come quelle dette da Cangemi: ‘Riina era in contatto con Dell'Utri e, pertanto, con Berlusconi’. O da Gaspare Mutolo: ‘Quand'era necessario venire a parlare con gli uomini d'onore di Cosa Nostra non veniva, naturalmente, Berlusconi, ma Dell'Utri. Il sospettabile predetto Berlusconi ha senza dubbio diritto alla presunzione d'innocenza, ma risulta più che bizzarro che arrivi ad assumere il massimo del potere in una democrazia sviluppata nel cuore dell'Europa. So che ci furono investimenti di denaro proveniente dai sequestri di persona, dal traffico di droga e dall'usura (…) che doveva essere riciclato in attività edilizie in Sardegna e in Sicilia. In particolare, sono a conoscenza di investimenti compiuti per mezzo di Flavio Carboni (implicato nella morte del presidente del Banco Ambrosiano, Roberto Calvi, e nel lavaggio di denaro del narcotraffico)’. ‘(…) Negli investimenti erano interessati anche altri gruppi, tra i quali ricordo quello guidato da Silvio Berlusconi’, diceva nel 1993 il mafioso pentito Antonio Manzini. Secondo lui Carboni e Berlusconi si conoscevano più che bene. E, secondo un altro mafioso, Abruzatti, ‘l'unica differenza tra Carboni e Berlusconi è che il primo portava la parrucca e l'altro no’.
‘La Procura di Palermo è in possesso di decine di testimonianze che provano la collaborazione tra Fininvest e Cosa Nostra nella televisione e nella ricostruzione del centro di Palermo. E non soltanto lì. Berlusconi non avrebbe mai potuto intraprendere nessuna speculazione nel settore edile (a Palermo) senza il permesso e il lasciapassare di Riina’, dice Cangemi. E aggiunge: ‘So anche che le consegne di 200 milioni per volta che arrivavano a Riina erano in relazione alle emittenti private di Palermo di proprietà di Berlusconi’.
La mafia di Riina dava il suo placet e incassava; il socialista Craxi riceveva, in controfavore, l'ordine tassativo di Cosa Nostra di votare in massa per il suo partito in Sicilia. E Il Cavaliere si arricchiva e accresceva il suo potere giorno dopo giorno. Adesso è lo zar dell'Italia. Sul cammino, un po’ di morti. Molti dubbi. Grandi incognite.